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Davide Cesaroni

Il suono del pane

Adoro il pane, forse uno degli alimenti più usati al mondo, fondamentale per noi italiani, realizzato e consumato in tutti i modi possibili immaginabili. Pochi ingredienti, un’apparente semplicità che racchiude invece maestria e tecnica tramandata da secoli ed in continua evoluzione.

Adoro il suo profumo quando lievita, quando sta cuocendo in forno. La sua croccantezza. Ma quello che più mi entusiasma è il suo suono. Sì, il suono; perché il pane ha un suo suono caratteristico, quel cric crac quando, appena cotto, lo si toglie dal forno per farlo raffreddare.

Ecco, quel suono, così lieve da richiedere attenzione e silenzio per essere ascoltato racchiude in se la vera essenza del pane, racchiude in se tutto quello che serve per fare del pane: la pazienza, la delicatezza e l’accortezza per trasformare ingredienti così semplici in musica da gustare. Nel vero senso della parola.

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Cosa faresti per me?

 

 

“Cosa faresti per me?” esordì lei.
“Sì, cosa faresti per dimostrarmi quello che provi per me?” continuò.

“Cucinerei” rispose lui.

“Come, cucineresti?”

“Sì, cucinerei per te, pensando a te, facendolo per te. Sai, si dice che si cucini solo per amore, altrimenti si sta semplicemente facendo da mangiare”.

 

 

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Anonimi

Nessuno vuole essere del tutto anonimo, neppure il più timido e riservato degli umani. Essere anonimi è un po’ come quando al televisore non arriva segnale: nello schermo appaiono un’infinità di bruscolini bianchi e neri indistinguibili. Essere anonimi è come essere uno di quei puntini, nessuno riesce ad identificarli e a dire che qualcuno, fra quelli, sia riconoscibile.

Nessuno ama davvero essere anonimo, ma non serve essere noti, molto spesso, più semplicemente, basta essere quel qualcuno, per pochi.

“ma finché non te lo dice lui,
o non te lo dice lei
non conta”

L’anima non conta
The Zen Circus

Come in un film

A volte la musica che esce dalle tue cuffie sembra pensata appositamente per l’atmosfera del tuo viaggio.
Ti volti verso il finestrino del treno e, guardando fuori, ti accorgi che le immagini e la colonna sonora sono in accordo. Come in un film.

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In attesa di quell’attimo

Dopo anni dedicati in qualche modo alla fotografia capita di avere la sensazione che ci sia qualcosa che non va, qualcosa che disturba, che ti rende insofferente: troppi scatti, trappa compulsione, poca osservazione ma, su tutto, poca attesa.

Sì, attesa. Quell’attesa tanto cara a Henri Cartier-Bresson, che separa la (pre)visione dallo scatto che già sapevamo come sarebbe risultato.

È merito di conversazioni nate per caso con persone che condividono la tua stessa passione e magari conosciute in contesti che non ti aspetteresti che i dubbi si sciolgono. E così una chiaccherata fiume con un’appassionata con un occhio ed una sensibilità formidabili, un inaspettato scambio di opinioni con un esperto di sicurezza informatica conosciuto ad un hack camp e che vuole costruirsi una scanner camera, e ti ritrovi a capire cosa stesse rovinando il tuo amore per la fotografia.

Le idee adesso sono più chiare: osservare di più, scattare meno.

In fotografia una delle migliori palestre è senza dubbio la quotidianità: raccontare qualcosa di interessante attraverso la vita di tutti i giorni, la routine, la banalità.

Magari un evento in cui non ti aspetti di trovare delle situazioni talmente eccezionali da essere significanti senza ricerca, qualcosa tipo un saggio di danza.

Un saggio di danza: un evento che in molti cercherebbero di evitare come la peste ed invece può essere l’occasione giusta per mettere in pratica tutto questo. Osservare i movimenti dei ballerini, capirne le gesta, intuire l’evoluzione del loro corpo per essere lì pronto a scattare nell’esatto momento in cui il gesto è al suo apice.

Chissà, magari adesso tornerò a sentire di nuovo quella voglia di fotografare, di cercare di raccontare qualcosa che avevo un tempo e, per dirla come un mio amico, “io ci provo ma badate che è solo fortuna”.

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La passione

La passione mi taglia le gambe, mi rende goffa. Fatico a misurarmi con ciò che mi sta troppo a cuore. Divento ansiosa, comincio a grattarmi, come se il sangue all’improvviso corresse troppo velocemente sotto la pelle e bruciasse.

Venuto al mondo
M. Mazzantini

Infanzia violata

Ormai sono passati alcuni giorni dal clamore e la “popolarità” di questa foto sul web. Dopo tutto questo tempo riguardarla mi dà le stesse sensazioni del primo giorno e ho sentito bisogno di scrivere qualcosa, non per altri, nessuno leggerà mai quanto sto scrivendo, ma per me. Per me perché vorrei riuscire fra un anno a riguardare questa foto e provare quello che provo adesso, nello stesso identico modo.

Questa foto parlerebbe quasi da sola, mostrerebbe il terrore, il dolore, il disagio di una piccola bambina in quello che ricorda un campo profughi. Già da sola riesce a fare male, l’espressione della piccola, Houda il suo nome, mostra tutto quello che a quell’età non si dovrebbe provare mai. A questo si aggiunge il motivo della sua espressione e, soprattutto, del suo alzare le mani sopra la testa con i pugni stretti: è un gesto di resa, come quando ci viene puntata contro un’arma. Proprio questo ha pensato lei quando il fotoreporter le ha puntato contro l’obiettivo: ha creduto fosse un’arma e, come probabilmente qualcuno le aveva insegnato, si è arresa. Quando ho letto per la prima volta questa descrizione mi sono immedesimato nel fotoreporter, mi sono immaginato di essere al suo posto, ho immaginato quella bambina che di fronte a me alzava le sue piccole braccia tese per chiedere di non essere uccisa. Ho pianto, sono stato male ed anche adesso che scrivo provo le stesse sensazioni di dolore. Sento il terrore di quella bambina e l’impotenza di non poter fare nulla.

Immaginandomi al posto del reporter mi sono visto posare la fotocamera, avvicinarmi lentamente verso di lei e stringerla a me, abbracciarla e baciarla sulle sue guance e dirle che tutto questo non era vero, si trattava semplicemente di un brutto gioco che sarebbe finito e già dal mattino dopo non avrebbe più dovuto avere paura di nessuno, perché nessuno le avrebbe puntato un arma contro. L’avrei stretta forte per farle sentire che non era sola, che non doveva avere paura, che io ero lì e l’avrei protetta.
Non ci può essere niente di giusto se una bambina di soli quattro anni si trova ad implorare di non essere uccisa, niente. Mi chiedo se ci sia speranza per il genere umano, se davvero ci meritiamo la terra in cui viviamo, se davvero non sarebbe meglio la nostra estinzione.

 

“…da non riuscire più a capire che non ci sono poteri buoni”

Nella Mia Ora Di Libertà

F. De andré

Normalità

“Sono stato stupido” le disse lui.
“Perché?” chiese candidamente lei. (more…)

Le cose importanti

«Parli come i grandi!»
[…]
«Tu confondi tutto… tu mescoli tutto!»
Era veramente irritato. Scuoteva al vento i suoi capelli dorati.
«Io conosco un pianeta su cui c’è un signor Chermisi. Non ha mai respirato un fiore. Non ha mai guardato una stella. Non ha mai voluto bene a nessuno. Non fa altro che addizioni. E tutto il giorno ripete come te: “Io sono un uomo serio! Io sono un uomo serio!” e si gonfia di orgoglio. Ma non è un uomo, è un fungo!»
«Che cosa?»
«Un fungo!»
Il piccolo principe adesso era bianco di collera.
«Da migliaia di anni i fiori fabbricano le spine. Da migliaia di anni le pecore mangiano tuttavia i fiori. E non è una cosa seria cercare di capire perché i fiori si danno tanto da fare per fabbricarsi delle spine che non servono a niente? Non è importante la guerra fra le pecore e i fiori? Non è più serio e più importante delle addizioni di un grosso signore rosso? E se io conosco un fiore unico al mondo, che non esiste da nessuna parte, altro che nel mio pianeta, e che una piccola pecora può distruggere di colpo, così un mattino, senza rendersi conto di quello che fa, non è importante questo!»
[…]
«Se qualcuno ama un fiore, di cui esiste un solo esemplare in milioni e milioni di stelle, questo basta a farlo felice quando lo guarda.»
Da “Il piccolo principe”
Di Antoine de Saint-Exupéry

Peace of mind

Capita di frequente di avvertire la necessità di ricaricare le batterie o semplicemente staccare la spina, stare in ascolto del circostante e lasciare che la mente vaghi, forse senza meta, e che il vento trasporti i pensieri altrove, fino a raggiungere qualcuno in grado di ascoltarli oppure, semplicemente, lontano da noi.

Si pensa che per fare questo serva andarsene in luoghi lontani e sconosciuti ma, a volte, basta uscire di casa una domenica pomeriggio ed allontanarsi di una paio di decine di chilometri dove trovi un paesino montano in cui tutto questo è possibile. Un paesino dove in inverno sembra che il tempo si sia fermato e l’unico essere vivente che puoi incontrare è un cane che ringhia per tenerti lontano dal territorio, come per ricordati che in quel momento sei diventato l’elemento estraneo e di disturbo a quell’equilibrio perfetto ed armonioso che rende quel luogo unico.

Ecco ti bastano un paio d’ore per svuotarti la mente e recuperare le energie necessarie a tornare ad affrontare la realtà del quotidiano con treni da prendere e scadenze da rispettare.

L’orologio domani tornerà a ticchettare. Domani, non adesso.

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