logo

Category : Photography

Cosa faresti per me?

 

 

“Cosa faresti per me?” esordì lei.
“Sì, cosa faresti per dimostrarmi quello che provi per me?” continuò.

“Cucinerei” rispose lui.

“Come, cucineresti?”

“Sì, cucinerei per te, pensando a te, facendolo per te. Sai, si dice che si cucini solo per amore, altrimenti si sta semplicemente facendo da mangiare”.

 

 

  • preloading
  • preloading
  • preloading
  • preloading
  • preloading
  • preloading

Come in un film

A volte la musica che esce dalle tue cuffie sembra pensata appositamente per l’atmosfera del tuo viaggio.
Ti volti verso il finestrino del treno e, guardando fuori, ti accorgi che le immagini e la colonna sonora sono in accordo. Come in un film.

  • preloading
  • preloading

In attesa di quell’attimo

Dopo anni dedicati in qualche modo alla fotografia capita di avere la sensazione che ci sia qualcosa che non va, qualcosa che disturba, che ti rende insofferente: troppi scatti, trappa compulsione, poca osservazione ma, su tutto, poca attesa.

Sì, attesa. Quell’attesa tanto cara a Henri Cartier-Bresson, che separa la (pre)visione dallo scatto che già sapevamo come sarebbe risultato.

È merito di conversazioni nate per caso con persone che condividono la tua stessa passione e magari conosciute in contesti che non ti aspetteresti che i dubbi si sciolgono. E così una chiaccherata fiume con un’appassionata con un occhio ed una sensibilità formidabili, un inaspettato scambio di opinioni con un esperto di sicurezza informatica conosciuto ad un hack camp e che vuole costruirsi una scanner camera, e ti ritrovi a capire cosa stesse rovinando il tuo amore per la fotografia.

Le idee adesso sono più chiare: osservare di più, scattare meno.

In fotografia una delle migliori palestre è senza dubbio la quotidianità: raccontare qualcosa di interessante attraverso la vita di tutti i giorni, la routine, la banalità.

Magari un evento in cui non ti aspetti di trovare delle situazioni talmente eccezionali da essere significanti senza ricerca, qualcosa tipo un saggio di danza.

Un saggio di danza: un evento che in molti cercherebbero di evitare come la peste ed invece può essere l’occasione giusta per mettere in pratica tutto questo. Osservare i movimenti dei ballerini, capirne le gesta, intuire l’evoluzione del loro corpo per essere lì pronto a scattare nell’esatto momento in cui il gesto è al suo apice.

Chissà, magari adesso tornerò a sentire di nuovo quella voglia di fotografare, di cercare di raccontare qualcosa che avevo un tempo e, per dirla come un mio amico, “io ci provo ma badate che è solo fortuna”.

  • preloading
  • preloading
  • preloading
  • preloading
  • preloading
  • preloading
  • preloading
  • preloading
  • preloading
  • preloading
  • preloading
  • preloading

Infanzia violata

Ormai sono passati alcuni giorni dal clamore e la “popolarità” di questa foto sul web. Dopo tutto questo tempo riguardarla mi dà le stesse sensazioni del primo giorno e ho sentito bisogno di scrivere qualcosa, non per altri, nessuno leggerà mai quanto sto scrivendo, ma per me. Per me perché vorrei riuscire fra un anno a riguardare questa foto e provare quello che provo adesso, nello stesso identico modo.

Questa foto parlerebbe quasi da sola, mostrerebbe il terrore, il dolore, il disagio di una piccola bambina in quello che ricorda un campo profughi. Già da sola riesce a fare male, l’espressione della piccola, Houda il suo nome, mostra tutto quello che a quell’età non si dovrebbe provare mai. A questo si aggiunge il motivo della sua espressione e, soprattutto, del suo alzare le mani sopra la testa con i pugni stretti: è un gesto di resa, come quando ci viene puntata contro un’arma. Proprio questo ha pensato lei quando il fotoreporter le ha puntato contro l’obiettivo: ha creduto fosse un’arma e, come probabilmente qualcuno le aveva insegnato, si è arresa. Quando ho letto per la prima volta questa descrizione mi sono immedesimato nel fotoreporter, mi sono immaginato di essere al suo posto, ho immaginato quella bambina che di fronte a me alzava le sue piccole braccia tese per chiedere di non essere uccisa. Ho pianto, sono stato male ed anche adesso che scrivo provo le stesse sensazioni di dolore. Sento il terrore di quella bambina e l’impotenza di non poter fare nulla.

Immaginandomi al posto del reporter mi sono visto posare la fotocamera, avvicinarmi lentamente verso di lei e stringerla a me, abbracciarla e baciarla sulle sue guance e dirle che tutto questo non era vero, si trattava semplicemente di un brutto gioco che sarebbe finito e già dal mattino dopo non avrebbe più dovuto avere paura di nessuno, perché nessuno le avrebbe puntato un arma contro. L’avrei stretta forte per farle sentire che non era sola, che non doveva avere paura, che io ero lì e l’avrei protetta.
Non ci può essere niente di giusto se una bambina di soli quattro anni si trova ad implorare di non essere uccisa, niente. Mi chiedo se ci sia speranza per il genere umano, se davvero ci meritiamo la terra in cui viviamo, se davvero non sarebbe meglio la nostra estinzione.

 

“…da non riuscire più a capire che non ci sono poteri buoni”

Nella Mia Ora Di Libertà

F. De andré

Peace of mind

Capita di frequente di avvertire la necessità di ricaricare le batterie o semplicemente staccare la spina, stare in ascolto del circostante e lasciare che la mente vaghi, forse senza meta, e che il vento trasporti i pensieri altrove, fino a raggiungere qualcuno in grado di ascoltarli oppure, semplicemente, lontano da noi.

Si pensa che per fare questo serva andarsene in luoghi lontani e sconosciuti ma, a volte, basta uscire di casa una domenica pomeriggio ed allontanarsi di una paio di decine di chilometri dove trovi un paesino montano in cui tutto questo è possibile. Un paesino dove in inverno sembra che il tempo si sia fermato e l’unico essere vivente che puoi incontrare è un cane che ringhia per tenerti lontano dal territorio, come per ricordati che in quel momento sei diventato l’elemento estraneo e di disturbo a quell’equilibrio perfetto ed armonioso che rende quel luogo unico.

Ecco ti bastano un paio d’ore per svuotarti la mente e recuperare le energie necessarie a tornare ad affrontare la realtà del quotidiano con treni da prendere e scadenze da rispettare.

L’orologio domani tornerà a ticchettare. Domani, non adesso.

  • preloading
  • preloading
  • preloading
  • preloading
  • preloading
  • preloading
  • preloading
  • preloading
  • preloading
  • preloading
  • preloading
  • preloading
  • preloading
  • preloading
  • preloading
  • preloading
  • preloading
  • preloading
  • preloading
  • preloading